Tathiana Garbin si racconta: «La malattia mi ha insegnato a chiedere aiuto»
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Tathiana Garbin si racconta: «La malattia mi ha insegnato a chiedere aiuto»

Tathiana Garbin, capitana dell’Italia di BJK Cup, racconta la sua partita più difficile contro un tumore raro. Dal red carpet di Roma, una lezione di vita: ‘L’avversario non è un nemico’.

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Dal red carpet del Festival del Cinema di Roma, Tathiana Garbin ha ripercorso la sfida più difficile della sua vita: la lotta contro un raro tumore addominale. La capitana della nazionale italiana femminile di tennis, protagonista del docufilm Vite in campo, ha spiegato come lo sport l’abbia aiutata ad affrontare la malattia, offrendole strumenti preziosi per superare i momenti più complicati.

Un’esperienza personale che le ha permesso di riscoprire il valore della condivisione, della vulnerabilità e del sostegno delle persone care.

La squadra come punto di riferimento

Il tennis è uno sport individuale, nel quale bisogna imparare a convivere con la solitudine e a gestire la pressione senza poter contare su un compagno in campo. Eppure, anche nei momenti più difficili, nessuno è davvero solo. Garbin ha ritrovato questo principio nel percorso affrontato durante la malattia: i medici sono diventati i suoi maestri, mentre la famiglia ha rappresentato il pubblico pronto a sostenerla.

Una squadra fondamentale per affrontare le difficoltà e trovare la forza di andare avanti. Lo stesso spirito di gruppo che la capitana ha cercato di trasmettere alla nazionale italiana, protagonista dei successi in Billie Jean King Cup.

La vulnerabilità come punto di forza

«Nel tennis impari ad avere una poker face, una corazza di ferro», ha raccontato Garbin. La malattia, però, le ha insegnato qualcosa di diverso: riconoscere i propri limiti e trovare il coraggio di chiedere aiuto.

Mostrarsi vulnerabili non significa essere deboli. Al contrario, aprirsi agli altri può rafforzare i legami e permettere di affrontare insieme ostacoli che sembrano insormontabili. Una lezione che va oltre il campo da tennis e che ha accompagnato Garbin anche nel suo ruolo di guida della squadra azzurra.

«Il nostro avversario non è un nemico»

Nel raccontare la propria esperienza, la capitana ha scelto di allontanarsi dalla consueta metafora della guerra contro la malattia. «Io dico sempre che il nostro avversario non è un nostro nemico», ha spiegato.

Un modo diverso di interpretare una prova durissima, senza negarne le difficoltà, ma cercando di affrontarla con tutte le risorse a disposizione. La prospettiva di Garbin mette al centro la capacità di trovare un equilibrio e di accettare il sostegno degli altri, trasformando il percorso della malattia in un’occasione di consapevolezza.

Il sostegno a Jannik Sinner

Nel corso dell’incontro, Garbin ha rivolto un pensiero anche a Jannik Sinner e al suo infortunio. Fermarsi, soprattutto quando la passione per il proprio sport è così forte, può essere difficile da accettare. La capitana si è tuttavia detta fiduciosa nelle qualità del campione azzurro, sottolineando come questa pausa possa offrirgli l’opportunità di recuperare energie e ritrovare la condizione migliore.

Il messaggio che emerge dalle parole di Garbin è chiaro: saper affrontare le difficoltà significa anche riconoscere quando è necessario fermarsi, accettare l’aiuto degli altri e ripartire con nuove consapevolezze.