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Safin, Medvedev e altri russi… spacca-racchette

Da Safin a Medvedev, passando per Rublev e Youzhny, la racchetta distrutta è un gesto che unisce i tennisti russi. Un’analisi di un’irrequietezza che diventa spettacolo e tormento.

Un filo di grafite spezzata lega i grandi talenti del tennis russo. Un gesto di frustrazione che per molti di loro è diventato un marchio di fabbrica, un modo per rendere visibili i propri tormenti interiori. Da Marat Safin a Daniil Medvedev, passando per gli eccessi di Andrey Rublev e Mikhail Youzhny, la distruzione della racchetta racconta una storia di irrequietezza e di un rapporto viscerale con la sconfitta.

Safin, il collezionista

Marat Safin ne ha fatto quasi un’arte. Il suo tennis potente e fluido avrebbe potuto portarlo a vincere di più, ma il suo carattere fumantino ha spesso preso il sopravvento. A fine carriera, gli è rimasto un record singolare: quello del maggior numero di racchette distrutte. Lui stesso ha parlato di 1.055 pezzi, una cifra probabilmente simbolica ma che restituisce l’immagine di un giocatore che trovava sempre un pretesto per sfogare la propria rabbia, trasformando la frustrazione in uno spettacolo per il pubblico. Un modo per incanalare la tensione, anche a costo di collezionare più fischi che applausi.

L’autodistruzione di Rublev e Youzhny

Se Safin si limitava a distruggere l’attrezzo, altri suoi connazionali hanno rivolto quella furia contro sé stessi. Andrey Rublev è diventato noto per il suo vizio di colpirsi con la racchetta. L’episodio di Wimbledon 2024, quando si percosse il ginocchio fino a sanguinare durante il match perso contro Francisco Comesana, rimane una delle immagini più crude di questa tendenza. Lo fece, a suo dire, per non rovinare l’erba del campo. Un gesto che va oltre la semplice rabbia. Ancora più estremo fu Mikhail Youzhny a Miami nel 2008. Dopo un errore su una palla break, il russo iniziò a colpirsi ripetutamente la testa con la racchetta, provocandosi una vistosa ferita. Un atto di autolesionismo che mostra il lato più oscuro di questo sfogo.

Medvedev e l’eredità del gesto

L’ultimo capitolo di questa saga russa è stato scritto da Daniil Medvedev. Durante la pesante sconfitta per doppio 6-0 subita da Matteo Berrettini a Montecarlo, il russo ha messo in scena un climax di distruzione. Ha prima scagliato la racchetta contro il telone, poi l’ha colpita a terra cinque volte e infine l’ha gettata nel cestino. Il pubblico ha accompagnato la scena con degli “olé”, spettacolarizzando un momento di pura frustrazione. Il suo volto era una maschera di rabbia e rassegnazione. Un modo per prendersela con qualcosa, per non attribuire tutta la colpa a sé stesso, portando avanti un’eredità di irrequietezza che continua a manifestarsi sul campo.