Basta una partita persa. A volte è sufficiente questo per trasformare i social network in un’arena di odio, dove gli atleti diventano bersagli facili. Lo sa bene Mattia Bellucci, tennista lombardo già numero 63 del mondo, che dopo una sconfitta si è ritrovato al centro di una tempesta di violenza verbale. Il tutto per aver pubblicato un post in collaborazione con uno dei suoi sponsor, il marchio di abbigliamento CP Company.
Minacce e insulti
Il tenore dei commenti è agghiacciante. “Spero che tu muoia in un incidente di macchina e che i tuoi genitori facciano la tua stessa fine”, scrive un utente. Un altro rincara la dose: “Perché non smetti di giocare a tennis, stupido figlio di p…”. E ancora: “Quanto c… sei scarso? Spero che ti romperai tutto”. Questo è solo un estratto del fiume di odio che ha travolto il giocatore, semifinalista a Rotterdam nel 2025. Un fenomeno legato spesso al mondo delle scommesse, con utenti che sfogano la frustrazione per una schedina persa direttamente sui profili degli sportivi.
Un problema dilagante
Quello di Bellucci non è un caso isolato. L’australiana Destanee Aiava aveva annunciato il suo ritiro esasperata anche lei dalle pressioni e dagli insulti degli scommettitori. La gestione di questo odio è complessa. Dietro la tastiera si nascondono spesso profili falsi, difficili da arginare. Il problema danneggia anche l’immagine delle aziende sponsor, che vedono i loro post invasi da messaggi a cui nessun marchio vorrebbe mai essere associato.




