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Sampras e Federer, due campioni a confronto: la pressione del record e la gioia di giocare

Le parole del commentatore di Tennis Channel.

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Pete Sampras e Roger Federer hanno raggiunto l’eccellenza nel tennis attraverso percorsi e motivazioni differenti. Il primo era guidato dall’ambizione di vincere il maggior numero possibile di titoli del Grande Slam, il secondo dalla passione per il gioco e per tutto ciò che ruota attorno alla vita di un professionista. Due approcci diversi, accomunati dalla capacità di gestire la pressione e affrontare le difficoltà.

A raccontare le differenze tra i due campioni è stato chi ha avuto modo di conoscerli da vicino, condividendo con loro momenti dentro e fuori dal campo. Stiamo parlando di Paul Annacone, commentatore di Tennis Channel e allenatore del tennista americano Taylor Fritz, che ha allenato Pete Sampras dal 1995 al 2002 e Roger Federer dal 2010 al 2013.

Sampras e il peso di un record storico

Durante una partita a golf in California, proprio mentre Federer si avvicinava al primato di Sampras, quest’ultimo venne interpellato sul possibile sorpasso. La sua risposta fu sorprendentemente serena: «So quanto mi è costato realizzare quel record, quindi penso che sia fantastico».

Sampras non mostrò alcun risentimento all’idea di perdere il primato, consapevole della difficoltà dell’impresa compiuta dal rivale. Lo stesso atteggiamento avrebbe mantenuto quando Federer e, successivamente, Rafael Nadal e Novak Djokovic superarono i suoi risultati.

La sua motivazione, fin da giovanissimo, era stata quella di vincere quanti più titoli del Grande Slam possibile. Per raggiungere l’obiettivo era disposto a sopportare una pressione enorme, senza permettere che condizionasse le sue prestazioni.

Sampras era estremamente esigente con se stesso e aveva un’idea molto chiara di ciò che voleva ottenere. Una volta raggiunto il proprio limite personale, però, seppe anche fermarsi. Dopo il trionfo agli US Open del 2002, a soli 31 anni, decise di ritirarsi: «Ho chiuso. Non ho più nulla da dimostrare a me stesso. Sto bene così».

Federer, la passione oltre i risultati

Federer aveva un rapporto diverso con il tennis. Amava viaggiare per il mondo con la famiglia, conoscere persone, allenarsi e vivere anche tutti quei piccoli momenti che accompagnano la carriera di un professionista. Un’esistenza potenzialmente estenuante, che lo svizzero riusciva invece a godersi con un equilibrio fuori dal comune.

Questa differenza emerse chiaramente durante una cena a Beverly Hills, alla quale parteciparono entrambi i campioni. Sampras, ormai ritirato, era curioso di capire perché Federer continuasse a partecipare anche a tornei meno prestigiosi, quando avrebbe potuto concentrarsi soltanto sugli appuntamenti più importanti.

«Perché lo fai?», gli chiese Pete.

La risposta di Roger fu semplice: «Perché mi piace tantissimo».

Per Federer, dunque, la motivazione non era soltanto la conquista dei trofei, ma anche il piacere di continuare a giocare e di vivere nuove esperienze. Due visioni differenti, entrambe capaci di portare a risultati straordinari.

Il talento di vincere anche quando si gioca male

Sampras aveva sviluppato una particolare capacità di gestire le partite anche nelle giornate meno brillanti. Quando esprimeva il suo miglior tennis, sapeva di poter battere chiunque. Ma aveva compreso che il vero talento consisteva anche nel riuscire a vincere senza essere al massimo della condizione.

Il segreto era soprattutto mentale: mantenere la fiducia, restare positivi e impedire alle emozioni di compromettere la prestazione. Una qualità che gli consentiva di portare a casa numerose partite anche quando il suo livello non era eccellente.

Il lavoro con il campione americano ha insegnato quanto sia importante comprendere l’identità di ogni giocatore. Non esiste un’unica strada verso il successo: ciascuno deve individuare le proprie motivazioni e imparare a gestire le difficoltà secondo le proprie caratteristiche.

Federer e l’arte di ripartire dal punto successivo

Anche Federer ha dimostrato una straordinaria capacità di affrontare gli alti e bassi della carriera. Un esempio significativo arrivò alle semifinali degli US Open del 2010 e del 2011, quando perse contro Novak Djokovic dopo aver avuto a disposizione dei match point in entrambe le occasioni.

Nonostante la delusione, lo svizzero riuscì a mantenere una prospettiva più ampia, ricordando anche le partite vinte in passato pur senza meritare necessariamente il successo. Per lui, anche le sconfitte più dolorose facevano parte del gioco.

La stessa attitudine emerse a Wimbledon nel 2012. Durante la prima settimana del torneo, Federer accusò un problema alla schiena, ma riuscì a gestire la situazione con calma. Dopo il trattamento del fisioterapista, tornò in campo e vinse l’incontro. Il giorno seguente saltò l’allenamento, ma riuscì a superare anche il turno successivo, fino a conquistare il titolo.

Il suo approccio trovò una sintesi efficace nel discorso pronunciato a Dartmouth nel 2024, quando rivelò di aver vinto soltanto il 54% dei punti disputati nell’intera carriera. Un dato che dimostra come anche i più grandi campioni perdano frequentemente e debbano essere pronti a ripartire.

La chiave è concentrarsi su ciò che viene dopo, senza lasciare che un errore o una sconfitta compromettano le opportunità successive. Un principio valido anche al di fuori dello sport, dove la capacità di mantenere un atteggiamento positivo può fare la differenza.

Due strade diverse per lasciare il segno

Sampras e Federer rappresentano due modi distinti di vivere la competizione. Il primo si imponeva una pressione enorme, traendo motivazione dalla necessità di raggiungere obiettivi ben definiti. Il secondo trovava energia soprattutto nella passione per il tennis e nel piacere di continuare a giocare.

Entrambi, però, avevano imparato a convivere con le difficoltà, a mantenere la lucidità nei momenti decisivi e a non lasciarsi condizionare eccessivamente dagli eventi negativi.

La loro storia dimostra che non esiste una formula universale per diventare campioni. Ciò che conta è conoscere se stessi, capire cosa alimenta la propria motivazione e trovare il modo di trasformarla in risultati. Perché, al di là dei record e dei trofei, è soprattutto la persona che si è a lasciare un segno duraturo.